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Un diario nato per raccontare "senza filtri" l'agenzia attraverso la voce dei suoi attori. Un intreccio di storie e di esperienze per scoprire anche il backstage – easy & smart – del nostro lavoro.

 
 

SIAMO STATI CONVOCATI!

1 Ottobre 2014

Francesco Morace parla di Comunicazione Convocativa e le PR trovano un buon termine per descrivere una parte importante del proprio lavoro. Di Alberto Angelino

IMMAGINE MARK UP

“La mia musica non è pop. La mia musica Sono IO” – Jimi Hendrix Experience

Vi ricordate il concetto di “storytelling”? Ne abbiamo parlato qualche mese fa con un misto di sollievo e stupore. Sollievo perché era ora di coniare un termine per quello che le Pubbliche Relazioni sanno fare meglio: formare e condividere l’identità di un brand. Stupore perché si attribuiva il carattere di novità a qualcosa che è nel nostro DNA da sempre.

Il bel articolo a firma di Francesco Morace apparso su Mark Up di settembre in un certo senso passa allo step successivo: oggi non basta più descrivere la storia, il consumatore (ormai è più giusto chiamarlo consumATTORE) deve viverla e diventarne parte integrante. Il termine “Leadership convocativa” proposto nel pezzo descrive bene il carisma con cui un brand riesce a capitalizzare la fiducia, riunendo attorno a sé le persone e le idee.

L’articolo merita di essere letto, anche solo per la terminologia puntuale con cui storicizza la comunicazione. Morace divide l’era passata fondata sulla mitologia dell’effimero, l’immagine mediatica e la fascinazione del linguaggio, dalla realtà contemporanea, fatta di consistenza, credibilità, spessore della memoria e un termine che personalmente – da giornalista – trovo bellissimo: “sacralità della parola”. Per chi fa il nostro mestiere è facile identificare la prima “era” con quella comunicazione commerciale, basata su semplici modelli aspirazionali che per decenni è stata la forma privilegiata di interfaccia con la società. Nel periodo in cui stiamo vivendo però il background delle media relations all-line le candida per un ruolo- guida. Vestire la campagna con notizie di interesse per i media, studiare la corretta semantica per i target, coinvolgere gli opinion leader, sono tutti skills delle PR che oggi possono davvero fare la differenza in termini di consistenza e credibilità della comunicazione. Del resto come diceva un famoso incipit… in principio era la parola, mica lo spot.

Come sempre è sul “come” che viene il difficile perché non c’è una ricetta se non la capacità di analizzare il sistema complesso brand – azienda – leader e trovare i punti di forza che possano aprire il sistema a un’esperienza “immersiva” del consumatore. E’ vero che oggi la rete ci dà molti più strumenti per farlo, ma è chiaro che la convocazione attraverso di essi deve essere affidata a chi sa cosa dire nel megafono.

E poi c’è un’ulteriore expertise che gioca a favore delle PR. Gli esempi fatti da Morace come Harley Davidson, Lacoste e la loro capacità di creare comunicazione convocativa (attenzione non persuasiva) attraverso libri e musei aziendali, rende l’idea, ma nel portfolio di un’agenzia non ci sono sempre aziende che hanno 110 o 80 anni da festeggiare. Un progetto che ci dia il senso di fiducia e appartenenza del brand non deve essere per forza storicizzato. La citazione che il giornalista fa di Hendrix, star che ebbe solo sei anni di gloria bruciante, rende meglio l’esempio di come la “convocazione” si possa esprimere più con le note giuste che con la foto del fondatore in redingote su una copertina. Da sempre sono le idee quelle che contano: se c’è stato un tempo in cui si adorava l’effimero le PR non se ne sono mai accorte.

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