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Un diario nato per raccontare "senza filtri" l'agenzia attraverso la voce dei suoi attori. Un intreccio di storie e di esperienze per scoprire anche il backstage – easy & smart – del nostro lavoro.

 
 

Quando il profumo d’inchiostro si diffonde sul web

8 Novembre 2012

Nel post di oggi, nelle parole di due professionisti di Lead, si confrontano due modi apparentemente opposti di concepire e praticare il “mestiere”: niente di tutto ciò, anzi questa “doppia anima” della nostra agenzia viaggia spedita insieme dialogando e fertilizzandosi a vicenda. Un continuo confronto tra “vecchio” e “nuovo” da cui prendono vita le idee migliori che non vediamo l’ora di raccontarvi!

PROFUMO D’INCHIOSTRO
Confessioni di un cronista da marciapiedefoto-3

Il titolo è eroicamente fuorviante. Fa pensare a Montanelli con la Lettera 22 in grembo che racconta la rivolta di Budapest, Kapuscinski che aspetta l’alba in un hotel di Monrovia leggendo la storia della Liberia insieme agli scarafaggi. Pensate che faccia questa vita? Col cavolo! Il reportage più impegnativo della mia lunga carriera è stato probabilmente una cronaca dal Salone del Gusto dopo un’indigestione di prosciutto.

Dall’altra parte anche sfornare testi “on-demand” non è rose e fiori. Si soffre la temibile “Sindrome di Salgari”, per cui ti trovi a scrivere in surplace su argomenti di cui ignoravi completamente l’esistenza. I primi tempi, quando venivo a Milano ancora con la camicia a quadri e gli stivali da risaia, prendevo ingenue cantonate: mi chiesero due cartelle riassuntive su “L’arte del Ricevere”: ne feci una ineccepibile su come ringraziare quando ti danno un regalo; ero a metà della seconda che descriveva la tecnica migliore per scartare i pacchi-dono, quando mi palesarono che l’arte era sì di ricevere, ma la gente a casa propria.  Pensai che i Milanesi fossero un po’ fuori di testa  (come fai a ricevere la gente a casa se non hai nemmeno un pozzo dove tenere in fresco il vino!), ma da allora cerco di documentarmi meglio.

In fondo il nostro non è un esercizio diverso da quello che fa il giornalista di cronaca locale. Però il copy compie il suo mantra diverse volte al giorno e passa con disinvoltura nel giro di una mattinata dalla Sagra del Palmipede, alle lampade della Hanukkà ebraica. E non è detto che lo faccia in ufficio: potrebbe scrivere il tutto mentre è impegnato al salone delle Pubbliche Amministrazioni di Bologna (la coincidenza e vera e capitò nell’autunno del 2000).

Ora il gioco si fa più veloce e la posta più alta. Il “Digital” ha reso la comunicazione ancora più “quantizzata”. La regola generale sembra essere: più comunichi = più appari, ma riesci a conquistare l’attenzione dei grandi media solo se spari la notizia con un raggio laser sul tavolo delle loro redazione.  Altrimenti le tue particelle d’informazione sono destinate a mandare un bagliore qua e uno là, con risultati basati più sul calcolo delle probabilità che a un reale rapporto di causa-effetto.

Ovvio: rapidità e obiettivi multipli richiedono una nuova forma. La cara vecchia sintesi con cui i cronisti di mestiere ti mettevano in croce (Cos’è questa roba: un aggettivo!? Tu scrivi di fatti, non di moda!), oggi risulta persino prolissa per lo schermo di uno smartphone. I tweet che ricevo stanno eliminando progressivamente i verbi.

Io vengo da un’epoca di elzeviri monumentali, di TG ipertrofici con servizi di apertura che duravano un’era geologica su cui sedimentavano strati di nomenclatura intervistata a sfondo fisso (ah, ma allora non cambia tutto), ma se siete arrivati fin qui dopo 2500 caratteri significa che qualche trucco posso ancora giocarmelo. Chissà, magari potrebbe anche interessare qualcuno che di queste cose se ne intende sul serio.

Quindi nei miei post parleremo di scrittura in tutte le salse: da quella che serve per vendere a quella che serve per divertire o commuovere. Non sono certamente un guru in materia e ho una curiosa tendenza al refuso spassoso (non è colpa mia: è il folletto del computer che scambia lettere e parole), ma ho ancora qualche storia interessante da raccontare. Mi spiace solo di non potervi far sentire il profumo di inchiostro che lasciavano i quotidiani con cui sono cresciuto. Mentre mio nonno la sera squadernava la “Gazzetta del Popolo” sul tavolo della cucina superava persino quello dell’aglio che mia nonna credo mettesse anche nel caffelatte.

Profumava di notizie…
Alberto Angelino

 

RELAZIONI DIGITALI

prova-2Seppure il titolo possa sembrare il sequel futuristico di “Le relazioni pericolose”, stiamo parlando di comunicazione. Precisamente di comunicazione digitale, relazioni pubbliche che viaggiano sul binario (l’uno e lo zero) della rete. Relazioni che, al contrario del film cult di fine anni ’80, non presentano nulla di pericoloso, anzi, sono solo “portatrici sane” di contenuti, come un virus che si diffonde dal basso. La tecnologia è solo il mezzo, il supporto. In realtà il funzionamento delle dinamiche comunicative è più semplice di quanto si possa immaginare, dato che facciamo riferimento all’attitudine che accompagna l’essere umano da tempo immemore: la condivisone. La tecnologia ha solo permesso che la cerchia di amici con cui condividere opinioni sul mondo, sulle canzoni, sui film e sui prodotti passasse da pochi e tangibili individui ad un numero esponenziale di persone, fra amici diretti, conoscenti e sconosciuti “illustri” da cui ottenere informazioni che un tempo sarebbe stato impossibile reperire. Questa è la vera rivoluzione. Senza addentrarci nei meandri delle teorie “markettare”, l’unica verità assoluta che aleggia di fronte agli schermi dei nostri pc, tablet e smartphone è che ogni esperienza analogica passa prima dal setaccio delle opinioni di persone come noi che l’hanno precedentemente vissuta. Prototipi dell’eroe 2.0 che si prodigano in apprezzamenti o critiche capaci di salvare anima, e portafoglio, di nuovi potenziali e sprovveduti consumatori da un lato o di guidarne l’acquisto e creare nuove tendenze dall’altro. La chiamano web democracy, che vuol dire una miriade di cose ma soprattutto che l’opinione non è mediata (vedi ipotetico post futuro su La politica della comunicazione). Sono simili che parlano ai propri simili. Noi che parliamo a noi. Nulla di più vero. Certo il gioco prevede un approccio calibrato alle informazioni che popolano la giungla, perché se da un lato il flusso è costante, dall’altro la personalizzazione dei commenti ne pregiudica l’oggettività, che di solito si costituisce universalmente con la maggioranza dei pareri.

E noi esperti di comunicazione? Che ruolo abbiamo nell’universo della post-crazia? Il solito direi, il solito arduo e gratificante compito di raccontare. Il mezzo, d’altra parte, ci mette a disposizione un infinito multi spazio aperto a tutte le forme del linguaggio digitale. La premessa, come dicevo all’inizio, non può essere un deterrente ma un’ opportunità. Raccontare e ancora raccontare. Raccontare sapendo che i nostri destinatari scelgono cosa ascoltare. Raccontare sapendo che A, devi avere qualcosa da dire e B, lo devi dire nel modo giusto; spesso basta la corretta combinazione di questi due ingredienti perché il processo naturale di condivisione prenda piede da sé. E’ sempre una questione di modo, come tutto nella vita. E’ il modo che crea l’occasione. Cosa siamo noi? Noi siamo la mano, la mano che lancia il sassolino nello stagno e dal punto in cui cade produce una serie di cerchi che lentamente si espandono sul dorso dell’acqua. La grandezza del sassolino, la forza con cui viene scagliato, il punto in cui lanciarlo sono tutte cose che competono ancora a noi operai della comunicazione. Parole, immagini, video e applicazioni; blog, forum, social network e tutte le possibili combinazioni dei linguaggi: è come regalare a un bambino tutta la nuova serie dei suoi giocattoli preferiti. Non c’è nulla di pericoloso.
Alessandro Molino

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