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Un diario nato per raccontare "senza filtri" l'agenzia attraverso la voce dei suoi attori. Un intreccio di storie e di esperienze per scoprire anche il backstage – easy & smart – del nostro lavoro.

 
 

Festival Internazionale del Giornalismo: piccole firme crescono

14 Maggio 2014

Torniamo sul recente Festival del Giornalismo di Perugia per pubblicare un reportage di un giovane cresciuto con questa straordinaria esperienza: una testimonianza dello spirito che anima il Festival sostenuto dai tanti entusiasti volontari. di Stefano Porcielloijf

La notizia è che l’IJF ci sarà anche nel 2015. L’hanno annunciato gli organizzatori durante la conferenza stampa di chiusura dopo cinque giorni di eventi e almeno 50.000 spettatori. Si è parlato dei nuovi sponsor, delle dirette streaming, del budget che ha consentito l’arrivo a Perugia di molti più ospiti internazionali… e io, seduto in quella sala sorridevo. Il successo di questa edizione mi suggeriva soltanto che la giostra non si è arrestata e che tra un anno saremo di nuovo tutti lì a far funzionare la macchina dell’International Journalism Festival.

Ero minorenne quando ho prestato servizio per la prima volta all’IJF. Ci chiamavano «i volontari piccoli»: correvamo da una location all’altra trasportando sedie e scatoloni ed eravamo abbagliati dall’opportunità di incontrare dei professionisti del giornalismo. Banale. A sei anni di distanza, con un contratto che arriva ogni edizione per gestire la logistica di qualche location, penso che la vera opportunità sia essere immersi tra i trecento volontari. Conoscerli, farsi trasportare dai loro progetti – pazzi, semplici, sperimentali – e vivere una sorta di festa collettiva che dura cinque giorni.

Sono i volontari a fare il festival. L’entusiasmo con cui lavorano influenza tutti: il pubblico, gli speaker, i membri dello staff. Ho trovato i loro progetti straordinari. Due giovani fotografi – Mattia Micheli e Pietro Viti – hanno realizzato dei ritratti tanto particolari da attirare l’attenzione dei loro stessi soggetti, mentre dalla sala stampa i redattori della «Malarazza», un blog che voleva raccontare il Festival da dietro le quinte, riuscivano a far scontrare debuttanti e big del giornalismo con la loro rubrica «Stand out Italy». Era travolgente essere lì, con il pubblico in sala trascinato da una falsa telecronaca di uno dei nostri volontari al fianco di Pierluigi Pardo e Gianluca Di Marzio.

Diciamocelo: il Festival di Perugia è diventato un appuntamento per i professionisti, un momento per fare il punto sul giornalismo e i nuovi media, in un certo senso anche un “salottino” dove i “veri” giornalisti hanno l’occasione di stabilire nuove collaborazioni. Solo questo? Dove li mettiamo tutti i debuttanti che raccolgono i biglietti da visita per un intero anno di proposte editoriali? E quelli che alla fine di ogni evento, tra un’intervista e un “selfie”, in due parole raccontano allo speaker di turno il senso del documentario che stanno per girare?

E tutti quei ragazzi, che dalla sala stampa postano, twittano e torchiano i famosi «nuovi media» producendo un’informazione assolutamente nuova: non sono loro che vivono e trasformano quest’avanguardia del giornalismo, visto che proprio loro, sulla carta, non ci sono mai passati e – forse – mai ci passeranno un solo pezzo? La sensazione è che questi cinque giorni siano una vera e propria scuola di giornalismo sul campo che va dalla produzione radiofonica a quella scritta, passa per i social network e per gli smartphone di un esercito sempre più imponente di videomaker. E i consigli di giornalisti sono sempre lì: dai redattori del New York Times a quelli di Repubblica, ai giornalisti che passano a cercare nuovi finanziamenti, nessuno nega almeno qualche minuto al “suo” pubblico; forse perché lo incontra così da vicino solo in pochissime occasioni.

Chi non è mai stato all’IJF potrebbe pensare che tutto questo sia un’esagerazione, che mai e poi mai dei «mostri del giornalismo» perderebbero un minuto a parlare con qualche ragazzino. Eppure da un’edizione all’altra questi “ragazzini” tornano con collaborazioni importanti, o mandano un bacio virtuale agli altri volontari perché nuovi impegni non gli consentono di passare. E penso a S.A. una giovane giornalista di «Comunicare il sociale», che non mi aspettavo di incrociare e invece era là, con il suo «badge» da volontaria, a lavorare come tutti, come negli anni passati, quando parlavamo della tessera dell’Ordine e ci dicevamo: «Mai! Non la avremo mai!»

Ha ragione Arianna Ciccone, il «grande capo», che citando una chiacchierata con un ospite ha detto: «Il Festival è un social network vivente del giornalismo». Perché tutti noi, che per un motivo o per un altro siamo coinvolti nella sua realizzazione, stringiamo rapporti di amicizia e professionali che si rinnovano di anno in anno, rapporti che arricchiscono la manifestazione della spinta emotiva che la rende straordinaria. E il successo dell’IJF, a ogni edizione, diventa il nostro orgoglio.

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