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Un diario nato per raccontare "senza filtri" l'agenzia attraverso la voce dei suoi attori. Un intreccio di storie e di esperienze per scoprire anche il backstage – easy & smart – del nostro lavoro.

 
 

Temporary Store e centri commercdata:text/mce-internal,%3Cimg%20class%3D%22aligncenter%20size-thumbnail%20wp-image-2193%22%20src%3D%22http%3A//www.leadcom.it/wp-content/uploads/2017/10/Temporary-4-150×150.jpg%22%20alt%3D%22Temporary%204%22%20width%3D%22150%22%20height%3D%22150%22%20/%3Eiali: un matrimonio da celebrare subito.  A condizione che…

26 ottobre 2017

Temporary 4Temporary Store nei centri commerciali?  Sembra proprio che questa formula possa diventare una risorsa importante in anni in cui centri commerciali stanno cambiando velocemente: sempre più agorà,  piazze capaci di aggregare, legate al territorio e dove lo shopping è solo una delle tante attrattive per i visitatori. In ogni caso, un pubblico immenso.  Ogni giorno entrano in uno degli oltre 1000 centri commerciali italiani dai 4 ai 6 milioni di visitatori (chiamarli consumatori o clienti ormai è anacronistico).

In luoghi come questi i Temporary Store possono inserirsi in modo costruttivo, purchè capaci di comunicare anche le esperienze e le emozioni legate ai brand che propongono.

Noi di Lead di Temporary Store così intesi ce ne intendiamo un po’. La nostra Agenzia è membro di Assotemporary dal 2008 e produciamo “temporary” all’interno di progetti di comunicazione dal 2009.  Proprio per questo è stata invitata a partecipare a PALLA AL CENTRO…COMMERCIALE a proposito di Temporary Shop  e Spazi Temporanei nei mall”,

Moderati da ANDREA AIELLO (Direttore Retail&food) si sono trovati alla Camera di Commercio di Milano, ANITA LISSONA (CEO di Lead Communication) e i massimi esperti di Temporary Shop e Centri Commerciali: MASSIMO MORETTI (Presidente CNCC – Consiglio Nazionale Centri Commerciali.), MASSIMO COSTA (Segretario Generale Assotemporary), ALDO FALERI (Docente Politecnico di Milano), CORRADO FURLAN (US UP), LUCA PELLEGRINI (Docente MKTG IULM Milano), EDOARDO FAVRO (Amministratore Delegato Gallerie Commerciali Italia – Auchan Holding), MAURIZIO GOVERNA (Presidente Moda&Sport Lombardia), VALERIA BORTONE (Cool Hunter Italy).

Abbiamo voluto pubblicare qui un estratto della relazione di Anita Lissona: un utile ripasso della storia della nascita dei temporary a Milano (oggi più che mai la capitale del fenomeno) e un’indicazione di quello che questo tipo di esercizio può fare per un moderno Centro Commeciale

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Vi potreste chiedere “Cosa ci fa un’agenzia di comunicazione in Assotemporary?”

 

Lead è infatti un’Agenzia che da 25 anni si occupa di costruire visibilità e reputazione per aziende e brand principalmente attraverso rapporti con i media, dai tradizionali ai digitali, senza soluzione di continuità, ma anzi cogliendo l’esplosione di opportunità che i cosiddetti new media oggi offrono alla veicolazione di contenuti.

Contenuti è l’altra parola chiave del nostro lavoro, contenuti che nascono dalla formazione umanistica, dall’esperienza giornalistica, dalla vicinanza con le esigenze delle aziende e dei brand.

Per un’agenzia di comunicazione come la nostra il Temporary Store fin dal suo esordio in Italia era in grado di riassumere questi due elementi, diventando un formidabile strumento di comunicazione oltre che di vendita: un media a tutti gli effetti e una fucina di contenuti spendibili a piene mani.

Assotemporary nasce nel maggio 2008. Quasi contemporaneamente realizzavamo il nostro primo temporary in Corso Garibaldi in quella magnifica palestra di Temporary Shop che era il Sidecar.  Quel Temporary era dedicato a un famoso ammorbidente e il nostro compito era far vivere al pubblico non solo le essenze e le sensazioni di quel prodotto, ma farlo rientrare nei paradigmi esperienziali delle persone che avrebbero visitato il temporary, a partire da ubicazione, design, allestimenti, messaggi, ospiti, eventi, testimonianze che, indirettamente, ma con la forza dell’emozione, sottolineassero il mood di quel brand. Così, una referenza mass maket destinata alla GDO “messa in scena” all’interno del suo mondo di valori, poteva trasmettere concretamente emozioni, ricordo, engagement.

A quell’esperienza pioneristica ne sono seguite molte altre per tanti altri brand. E’ importante notare come quei temporary, costruiti da una agenzia di comunicazione come la nostra, non si connotavano solo come luoghi di vendita, ma come spazi di una rappresentazione dove si ritrovavano user, addict o semplici curiosi della marca, creando un senso di comunità.

Reale e non virtuale.

Una rappresentazione costruita anche per media e stakeholder, e che, anzi, deve il suo successo proprio al fatto che “tutta la città ne parla”.

Uno dei problemi che abbiamo dovuto affrontare per costruire questi successi è stato quello di massimizzare l’investimento della marca in un flusso di visitatori costante, da qui l’esigenza di location che fossero anche luoghi di passaggio per fornire un “incoming naturale” che potesse intercettare anche il pubblico più frettoloso e impegnato delle grandi città.   La grande maggioranza dei temporary store si concentra giustamente nei centri cittadini, Milano docet, a conferma del loro ruolo in grado di attrarre un pubblico metropolitano attento e informato e di testimoniare con la loro stessa ubicazione il posizionamento di un brand.

Oggi siamo qui però a parlare di centri commerciali e forse proprio il modello offerto da questi spazi sta diventando sempre più vicino al luogo ideale dove inserire nuovi Temporary, garantendo contemporaneamente un numero consistente di contatti.

Perché i nuovi centri commerciali si stanno evolvendo, sono sempre più le nuove agorà, le piazze da frequentare per passare tempo piacevolmente e incontrare gente, mossa sicuramente dalla motivazione dello shopping, ma non solo, dove si va per scegliere tra tante proposte gastronomiche, divertirsi, persino fare check up medici, visite dentistiche o usufruire di un trattamento di bellezza.  C’è un senso di comunità attorno a un centro commerciale ben ubicato e ben gestito che ormai è difficile trovare in molti centri urbani.   Un senso di comunità destinato ad accentuarsi con gli ultimi progetti: centri commerciali sempre meno “non – luoghi”, ma che cominciano a dotarsi di una precisa identità territoriale, spesso occupando spazi industriali dismessi, significativi per la storia del tessuto urbano in cui sono inseriti o offrendo servizi di ristorazione che strizzano l’occhio ai prodotti locali.

Insomma i Centri Commerciali stanno diventando “nuove cittadine” dove i temporary space possono rispondere a nuove esigenze di targetizzazione specifica e avere un ruolo decisivo per l’evoluzione dei CC verso questa nuova fisionomia.

Questo, se i temporary sapranno farsi percepire non solo come un ulteriore luogo di shopping, ma come un valore aggiunto all’offerta esperienziale dei Centri che li ospitano.

Faccio un esempio: un Temporary Shop proposto a un importante brand di infusi e tè molto English Style farebbe fatica a raccontarsi in un Centro Commerciale come oggi ancora è percepito, proprio perché l’esperienza richiesta dalla marca presuppone un upgrade di cultura, di sensibilizzazione, di tempo dedicato a costruire un’abitudine di consumo che non somiglia a quella ambita dai frequentatori dei CC oggi.

Sarebbe diverso invece se in un moderno centro commerciale questa marca costruisse uno spazio deve potesse raccontarsi ai visitatori attraverso eventi e forme di intrattenimento che la collocassero anche al di fuori degli ambiti più commerciali. Rispondendo così in qualche modo ai bisogni di quella comunità che abbiamo identificato.

Io credo che i tempi per questo tipo di proposte siano maturi.  Ci sono poi altri vantaggi non trascurabili

Mi ha colpito in un articolo del Sole 24 ore dell’agosto 2017 dedicato proprio all’evoluzione del Centro commerciale, l’affermazione che esiste una regola non scritta in ogni tipo di struttura che abbia una galleria: “Nessun negozio deve rimanere chiuso” perché ovviamente anche un singolo negozio con la serranda abbassata dà un’impressione di tristezza, di dismissione e non invoglia la scelta del consumatore.  Sicuramente un Temporary per la sua stessa connotazione è la formula più pratica per occupare uno spazio vuoto, offrendo anche la possibilità di “cambiare volto” periodicamente alle gallerie solitamente presidiate dai “soliti brand”. Qui entrano poi in gioco fattori normativi e contrattuali complessi che sta agli operatori affrontare.

Il Centro commerciale ha già in atto questa trasformazione, come gli ultimi nati dimostrano, ma ora deve compiere il passo decisivo: comunicare la sua nuova vocazione di agorà esperienziale, oltre che di servizio e commerciale. Comunicarla in modo netto, parlando sempre di più il linguaggio del territorio e delle comunità in cui si inserisce.

Questo aiuterà a vincere un’altra sfida, quella con i grandi E-Mall, le grandi catene di e-commerce che attraverso tecnologia e big data, non sottraggono solo clienti, ma ne “rubano l’anima”.

In questa sfida, il fiorire di Temporary store come li abbiamo concepiti possono dare una grande mano ai mall fisici  offrendo al consumatore non solo concretezza, ma dimostrando l’affetto che il brand ha per lui.

Insomma il Temporary giusto può trasformarsi in un formidabile driver per tutto il “nuovo” centro commerciale.

 

 

 

 

L’impresa di fare i giornalisti

26 settembre 2017

Corriere ImpreseIl Corriere di Bologna ieri era in sciopero. La protesta della redazione è legata a quella del fondatore del “Corriere Imprese”, Andrea Rinaldi, prossimo a lasciare, se non daranno una struttura stabile a questo supplemento che da due anni esce tutti i lunedì insieme al Corriere.

Non entriamo nel merito delle scelte che hanno portato alla vertenza, ma vogliamo attirare l’attenzione sul fatto che, per noi, “Corriere Imprese” è appunto “un’impresa straordinaria” per la sua capacità nel portare alla ribalta storie e notizie, attinte di prima mano da una zona privilegiata del Nord Italia, per la sue concentrazione di aziende d’eccellenza, dalla meccanica all’agroalimentare.  Tutto questo con un pool di professionisti che sanno fare bene il loro mestiere, ma che come tanti colleghi lavorano con un contratto precario.

Fare il giornalista è difficile, specie oggi che è più facile ottenere un click con un video spiritoso che con una inchiesta, ma qualcuno deve rimanere a farlo. Speriamo che qualcuno ci ripensi.

(nell’immagine il primo numero di Corriere Imprese del 2015).

 

Quando la moda fa bene al territorio

20 settembre 2017

Sartoria Angela - Rovello Porro 17 sett

Settembre, tempo di sagre buone, paesane, dedicate ai prodotti che celebrano i luoghi e le genti che li abitano ricordandone storie e tradizioni. Così la Fera de Pomm De Tèra di Rovello Porro, cittadina di 6.200 anime sulla rotta Milano-Como, che celebra l’antico mestiere dei venditori ambulanti delle patate novelle che in zona si producevano.

La sagra oggi ha oggi nuove funzioni: occasione di ritrovo per la comunità, che ne approfitta per coccolare soprattutto gli anziani ospiti della casa di riposo locale, edi raccolta fondi a favore della Protezione Civile di Rovello Porro che opera dal 2009. Capitanata dall’instancabile Luigia Alberio, ha svolto tantissimi interventi in situazioni critiche, contando solo sul contributo umano ed economico di un pugno di volontari che per un giorno durante la Sagra si trasformano in cuochi, camerieri, addetti alle pulizie e all’accoglienza di un pubblico che arriva anche dai vicini comuni. Semplici, ma gustosissime le proposte gastronomiche, immancabili le bancarelle di bijoux e oggettistica, come i gonfiabili per i bambini, ma accanto all’esposizione di macchine agricole d’epoca e alla vendita di libri sulla storia del paese. Ma il clou è rappresentato dalla sfilata di una Rovellese celebre: Angela Formaggia, titolare di una sartoria d’alta moda a Milano dove l’artigianalità è la cifra del successo.

Abiti da sogno sfilano così indossati da splendide mannequin per la gioia di un pubblico entusiasta che in quegli abiti vede la conferma che salvare le buone tradizioni è possibile. Angela quest’anno ha offerto uno splendido abito da sposa a una giovane di Rovello purché si sposi entro il 2018 e non disponga di molti mezzi. Tra il pubblico si sono alzate molte mani di signore… mature disposte a nuovi matrimoni pur di indossare un abito così!  (Leadcom)

 

 

Aceto Balsamico & Rolling Stones: il Made in Italy vuole “Satisfaction”

20 settembre 2017

BOCCA ROLLING STONESCosa c’entra la tutela dell’aceto balsamico con i Rolling Stones? C’entra e vi spieghiamo perché. Come è noto gli inossidabili rocker inglesi saranno tra pochi giorni a Lucca, unica data italiana del loro “No Filter Tour”. Evento che già si preannuncia epocale, sia per la location che vede per la prima volta le affascinanti mura lucchesi ospitare un concerto per 55 mila spettatori, sia perché Jagger e compagni hanno dimostrato nelle loro ultime performance che sono come l’Amarone di Valpolicella, non è che invecchiando migliorano, diventano proprio qualcosa di straordinario. Come se Usain Bolt tra 40 anni corresse i 100 metri in meno di 9 secondi.

Ora immaginatevi un concerto dei Rolling Stones in qualsiasi parte del mondo, di cosa parleranno i media annunciandolo? Le testate di Germania, Austria e Svizzera e delle altre date del tour fanno riflessioni sulla loro evoluzione musicale, sull’ultimo album, e ormai anche sui loro nipotini. In Italia no, in Italia l’argomento più importante è: cosa mangeranno i Rolling Stones e il loro entourage.  Ed è giusto.  Siamo un Paese
orgoglioso del proprio cibo, sia nella cucina di mamma che nella bilancia dei pagamenti: con 38 miliardi di export e una crescita del 3% nel 2016, guai se ogni straniero che passa in Italia non si tramutasse in un ambasciatore del Made in Italy.

Però se alle star di Hollywood di una volta bastava rispondere “Pizza e spaghetti” alla domanda “cosa ti piace dell’Italia”, oggi si pretende un po’ più di competenza.  Quindi per le pietre rotolanti cucinerà Gennaro Esposito, il bistellato chef di Vico Equense e tutto, proprio tutto dovrà essere al top tra i sapori del backstage. Perché gli Stones amano la cucina italiana e sanno distinguere. E qui entra in ballo l’aceto balsamico uno dei prodotti italiani più esportati all’estero. Per la Lounge Vip la scelta è caduta sulle preziose ampolle di De Nigris, un’azienda che è talmente appassionata di aceto da aver creato a Carpi (vicino a Modena ovviamente) addirittura un parco a tema dedicato a questo prezioso IGP: il Balsamico Village. Ma soprattutto De Nigris è un’azienda italiana al 100%, dal 1889 è di proprietà della sola famiglia de Nigris che l’ha fatta crescere, creando prodotti curatissimi e diversificati per contenuto di mosto e invecchiamento fino ad arrivare al 27% del mercato in volume.

Non è una distinzione da poco parlando di Aceto Balsamico, prodotto che oggi è al centro di un dibattito sulla tutela del Made in Italy, dopo che un’altra delle più importanti aziende produttrici dell’Igp modenese è appena passata sotto il controllo di una multinazionale che, e qui sta il paradosso, è 100% inglese e tra i più famosi produttori mondiali di tè. Un po’ come se i Rolling Stones o un’altra formazione del brit rock duro e puro decidessero di affidarsi in toto a un manager specializzato in cantanti neomelodici napoletani. Niente da dire sul genere musicale, magari è una persona competente, ma poi se decide che i quattro devono suonare in un matrimonio a Mergellina?

Altre importanti aziende del balsamico sono sotto il controllo francese e tedesco e lo stesso discorso vale per la lunga lista di eccellenze in mano straniera, dal vino, al cioccolato, alla pasta. In tempi di libero mercato non si può invocare il protezionismo di stato, ma sicuramente sarebbe utile una politica che favorisca quei produttori italiani che sono l’ossatura di quei consorzi di tutela che rendono i nostri sapori così unici e ricercati dagli stranieri, tanto le rock star, quanto gli investitori. Non sono imprenditori che cedono di fronte al primo assegno, sono legati alle proprie tradizione e al proprio territorio, basterebbe giusto dargli ogni tanto un po’ “Satisfaction” per citare un titolo appropriato. (Alessia Placchi)Tinaie - Balsamico Village De Nigris

CONDIVIDI ET IMPERA

3 febbraio 2017

Perché bufale, fake news, post verità ci piacciono tanto e come difendersi

L’ultimo arrivato è un appello per salvare una bambina con un raro gruppo sanguigno.  E’ un messaggio che viene da un amico fidato, esperto di comunicazione. Mi sento quasi in colpa nel non condividerlo senza esitare. Invece lo inserisco su Google e in pochi secondi ho la storia di questa bufala che gira in rete dal 2013. Così plausibile che è arrivata persino ad essere ripresa da giornali seri, perché infondo nessuno è esente dal peccato di condivisione: il quel tastino con la freccia che gira è troppo invitante, quando navighiamo tra le centinaia di notizie della rete

La bellezza della bufala

Non vi nascondo che adoro le bufale. Tanto tempo fa, all’epoca della carta, i fanfaroni da bar, spesso con la complicità dei giornalisti locali, attendevano con ansia il 1 aprile per dare sfogo ad una creatività. Il più delle volte riuscivano a radunare folle in villaggi di provincia in attesa di improbabili dive Hollywoodiane che avrebbero dovuto celebrare matrimoni nella parrocchia o girare una scena nel loro Bar Sport. Il giorno dopo quando si rivelava lo scherzo nessuno se la prendeva. Oggi nell’epoca del villaggio globale tutti vogliamo disperatamente la notizia della diva a tutte le ore. Vero o meno ci importa poco, infondo è bello crederci, discuterne per un giorno e naturalmente condividerla, usarla per far parlare di noi.

E poi, per chi fa informazione professionale, seguire in rete il processo di propagazione di una bufala ha il suo fascino. E’ blu di metilene della comunicazione: una traccia per seguire i canali attraverso cui si propaga.  Ci sono decine di siti impegnati nel debunker che segnalano e raccontano la storia di quasi menzogna che circola in rete. Un mestiere da certosino che ormai assomiglia quello dei finanzieri impegnati a collegare società of shore alle Cayman.

Se, infatti, le prime bufale avevano intenti puramente ludici, le moderne fake news sono funzionali, nella migliore delle ipotesi servono per creare notorietà al proprio profilo di chi le mette in rete. Una ricerca di consenso che può andare dalla semplice stima personale a un rudimentale clickbaiting, per avere un minimo di pubblicità da Facebook o scalare posizioni su Google. Nel più deviato degli scenari la fake news è un ingranaggio di un sistema ridondante di pagine collegate tra loro, gestite da un numero limitato di persone che, continuamente condivise e commentate, acquistano valore e seguaci. Un lavoro a tempo pieno per chi le crea e le implementa.

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Post verità per notizie post moderne

Dal movimento di protesta, alla società della terra piatta (tornata di gran moda), addurre ai fabbricatori di fake news la propria versione dei fatti anche se documentata o scientificamente rigorosa porta semplicemente a essere bollati come bugiardi o complici di un sistema che cerca di negare la LORO verità.  
Facebook sarà anche il luogo dove le chiacchiere da bar hanno un palcoscenico di milioni di utenti, per dirla come Eco, però oggi tutti i fanfaroni da Bar che una volta sarebbero stati tacitati con l’offerta di un bianchetto possono trovarsi. Le cerchie prosperano perché la rete permette di rafforzare le opinioni tra utenti che cercano conferma delle proprie.

Quando mi hanno detto che le bufale, o le fake news, oggi si chiamano post-verità, però ho capito che il fenomeno stava prendendo una direzione che potremmo chiamare per assonanza post-moderna. Termine che mi fa pensare ai romanzi di Thomas Pynchon, dove la verità è solo una scelta tra versioni differenti di paranoia. La post-verità è un termine che deve fare paura, legittima una versione ufficiale che non necessariamente è quella che abbiamo sotto gli occhi.

I numeri arabi e il valore di una notizia

Ci sono almeno altri due elementi che contribuiscono a destabilizzare il sistema. Il primo è che il fenomeno dei troll nato proprio per craccare dall’interno le fake news sta andando fuori controllo. L’appello in rete di un sedicente Iman che voleva ripristinare in Italia il sistema dei numeri Arabi è stato una mossa geniale che ha fatto toccare con mano l’analfabetismo funzionale di migliaia di italiani capaci di condividere indignati la notizia, senza riflettere che sono 1300 anni che non usiamo più i numeri latini. Gli emuli hanno esagerato: oggi c’è gente inventa bufale con profili fake solo per il gusto di smascherarle e guadagnare notorietà sui siti anti bufale.

Il secondo è il pushing che la rete può esercitare sulle aziende. Se scrivo sui social che in una nota catena di fast food sono stato trattato male, o che il prodotto era difettoso, difficilmente verrò querelato. In compenso esiste la possibilità che mi offrano un pranzo gratis per rimediare o riceva un pacco a casa. In ogni caso guadagno consensi e seguaci di chi odia quella multinazionale per i più svariati motivi.

Di fronte a questa deriva, sembra chiaro che il ciclo produzione-diffusione-assimilamento di una notizia ormai non dipenda più né dalla sua veridicità, né dal fatto stesso che sia appunto una “notizia” in senso giornalistico Perché il suo valore è zero in confronto alla capacità a coinvolgere e intrattenere il pubblico a cui si rivolge.

Le verità è una questione di buona educazione

I grandi gruppi editoriali, associazioni di categoria e la stessa Facebook stanno correndo ai ripari: tavoli di lavoro, nuove regole e bandi possono arginare il fenomeno.  La possiamo vedere anche come una doverosa autocritica: anche le “testate registrate” devono fare clickbaiting per attirare investitori e scagli la prima pietra chi non ha mai forzato un titolo o fatto una sintesi degli eventi, caratterizzando per stereotipi i personaggi di un fatto di cronaca. Facebook sta provando a bandire le bufale. L’Ordine dei giornalisti può (anzi deve) vigilare in modo più serio per il rispetto della deotontologia professionale. Le aziende devono essere capaci di gestire i social in modo reattivo, senza paura del confronto con gli utenti e affidandoli a professionisti. Noi tutti nel mondo della dalla comunicazione dobbiamo riflettere sul nostro ruolo, impegnarci, vigilare e intervenire per pretendere una informazione corretta, obiettiva, rispettosa di una legge. Legge che è vetusta e andrebbe aggiornata, ma che di fatto punisce già oggi chi diffonde il falso per lucro o per procurare allarme (distinguendo da chi fa satira).

Ma dobbiamo lavorare soprattutto sull’’educazione del cittadino per fargli capire che una persona informata correttamente è una persona migliore, per la quale il senso critico è lo strumento necessario per prendere le migliori decisioni e dobbiamo cominciare a farlo dai giovani che entrano in rete oggi.

Quando andavo a scuola si dedicavano 2 ore a settimana alla lettura dei giornali e spesso eravamo invitati a riassumere le notizie dei TG della sera precedente. Crescendo ho capito che quelle testate non erano il Verbo incarnato, che riflettevano opinioni personali e schieramenti politici, ma non era questo l’importante.  Bocca, Biagi, Pansa, Montanelli, partivano da fatti che qualcuno sceso in strada aveva visto e raccontato. Si poteva pensare diversamente, ma non mettere in dubbio che ci fosse stato realmente un attentato terroristico o che una legge fosse stata emanata.

Dobbiamo far ritrovare al cittadino la voglia di documentarsi su fonti autorevoli e rendere effettivamente quelle fonti autorevoli. Arrenderci alle fake news, vorrebbe dire, nella migliore delle ipotesi, considerare il nostro mestiere alla stregua di quello degli impresari di uno spettacolo virtuale e invitare la gente a donare il loro click per poter vedere la donna barbuta e lo scheletro della sirena.

 

Alberto Angelino: Piemontese, “Giornalista da marciapiede” dal 1995. In Lead da 10 anni, interessato ai processi informativi da sempre.