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Un diario nato per raccontare "senza filtri" l'agenzia attraverso la voce dei suoi attori. Un intreccio di storie e di esperienze per scoprire anche il backstage – easy & smart – del nostro lavoro.

 
 

CONDIVIDI ET IMPERA

3 febbraio 2017

Perché bufale, fake news, post verità ci piacciono tanto e come difendersi

L’ultimo arrivato è un appello per salvare una bambina con un raro gruppo sanguigno.  E’ un messaggio che viene da un amico fidato, esperto di comunicazione. Mi sento quasi in colpa nel non condividerlo senza esitare. Invece lo inserisco su Google e in pochi secondi ho la storia di questa bufala che gira in rete dal 2013. Così plausibile che è arrivata persino ad essere ripresa da giornali seri, perché infondo nessuno è esente dal peccato di condivisione: il quel tastino con la freccia che gira è troppo invitante, quando navighiamo tra le centinaia di notizie della rete

La bellezza della bufala

Non vi nascondo che adoro le bufale. Tanto tempo fa, all’epoca della carta, i fanfaroni da bar, spesso con la complicità dei giornalisti locali, attendevano con ansia il 1 aprile per dare sfogo ad una creatività. Il più delle volte riuscivano a radunare folle in villaggi di provincia in attesa di improbabili dive Hollywoodiane che avrebbero dovuto celebrare matrimoni nella parrocchia o girare una scena nel loro Bar Sport. Il giorno dopo quando si rivelava lo scherzo nessuno se la prendeva. Oggi nell’epoca del villaggio globale tutti vogliamo disperatamente la notizia della diva a tutte le ore. Vero o meno ci importa poco, infondo è bello crederci, discuterne per un giorno e naturalmente condividerla, usarla per far parlare di noi.

E poi, per chi fa informazione professionale, seguire in rete il processo di propagazione di una bufala ha il suo fascino. E’ blu di metilene della comunicazione: una traccia per seguire i canali attraverso cui si propaga.  Ci sono decine di siti impegnati nel debunker che segnalano e raccontano la storia di quasi menzogna che circola in rete. Un mestiere da certosino che ormai assomiglia quello dei finanzieri impegnati a collegare società of shore alle Cayman.

Se, infatti, le prime bufale avevano intenti puramente ludici, le moderne fake news sono funzionali, nella migliore delle ipotesi servono per creare notorietà al proprio profilo di chi le mette in rete. Una ricerca di consenso che può andare dalla semplice stima personale a un rudimentale clickbaiting, per avere un minimo di pubblicità da Facebook o scalare posizioni su Google. Nel più deviato degli scenari la fake news è un ingranaggio di un sistema ridondante di pagine collegate tra loro, gestite da un numero limitato di persone che, continuamente condivise e commentate, acquistano valore e seguaci. Un lavoro a tempo pieno per chi le crea e le implementa.

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Post verità per notizie post moderne

Dal movimento di protesta, alla società della terra piatta (tornata di gran moda), addurre ai fabbricatori di fake news la propria versione dei fatti anche se documentata o scientificamente rigorosa porta semplicemente a essere bollati come bugiardi o complici di un sistema che cerca di negare la LORO verità.  
Facebook sarà anche il luogo dove le chiacchiere da bar hanno un palcoscenico di milioni di utenti, per dirla come Eco, però oggi tutti i fanfaroni da Bar che una volta sarebbero stati tacitati con l’offerta di un bianchetto possono trovarsi. Le cerchie prosperano perché la rete permette di rafforzare le opinioni tra utenti che cercano conferma delle proprie.

Quando mi hanno detto che le bufale, o le fake news, oggi si chiamano post-verità, però ho capito che il fenomeno stava prendendo una direzione che potremmo chiamare per assonanza post-moderna. Termine che mi fa pensare ai romanzi di Thomas Pynchon, dove la verità è solo una scelta tra versioni differenti di paranoia. La post-verità è un termine che deve fare paura, legittima una versione ufficiale che non necessariamente è quella che abbiamo sotto gli occhi.

I numeri arabi e il valore di una notizia

Ci sono almeno altri due elementi che contribuiscono a destabilizzare il sistema. Il primo è che il fenomeno dei troll nato proprio per craccare dall’interno le fake news sta andando fuori controllo. L’appello in rete di un sedicente Iman che voleva ripristinare in Italia il sistema dei numeri Arabi è stato una mossa geniale che ha fatto toccare con mano l’analfabetismo funzionale di migliaia di italiani capaci di condividere indignati la notizia, senza riflettere che sono 1300 anni che non usiamo più i numeri latini. Gli emuli hanno esagerato: oggi c’è gente inventa bufale con profili fake solo per il gusto di smascherarle e guadagnare notorietà sui siti anti bufale.

Il secondo è il pushing che la rete può esercitare sulle aziende. Se scrivo sui social che in una nota catena di fast food sono stato trattato male, o che il prodotto era difettoso, difficilmente verrò querelato. In compenso esiste la possibilità che mi offrano un pranzo gratis per rimediare o riceva un pacco a casa. In ogni caso guadagno consensi e seguaci di chi odia quella multinazionale per i più svariati motivi.

Di fronte a questa deriva, sembra chiaro che il ciclo produzione-diffusione-assimilamento di una notizia ormai non dipenda più né dalla sua veridicità, né dal fatto stesso che sia appunto una “notizia” in senso giornalistico Perché il suo valore è zero in confronto alla capacità a coinvolgere e intrattenere il pubblico a cui si rivolge.

Le verità è una questione di buona educazione

I grandi gruppi editoriali, associazioni di categoria e la stessa Facebook stanno correndo ai ripari: tavoli di lavoro, nuove regole e bandi possono arginare il fenomeno.  La possiamo vedere anche come una doverosa autocritica: anche le “testate registrate” devono fare clickbaiting per attirare investitori e scagli la prima pietra chi non ha mai forzato un titolo o fatto una sintesi degli eventi, caratterizzando per stereotipi i personaggi di un fatto di cronaca. Facebook sta provando a bandire le bufale. L’Ordine dei giornalisti può (anzi deve) vigilare in modo più serio per il rispetto della deotontologia professionale. Le aziende devono essere capaci di gestire i social in modo reattivo, senza paura del confronto con gli utenti e affidandoli a professionisti. Noi tutti nel mondo della dalla comunicazione dobbiamo riflettere sul nostro ruolo, impegnarci, vigilare e intervenire per pretendere una informazione corretta, obiettiva, rispettosa di una legge. Legge che è vetusta e andrebbe aggiornata, ma che di fatto punisce già oggi chi diffonde il falso per lucro o per procurare allarme (distinguendo da chi fa satira).

Ma dobbiamo lavorare soprattutto sull’’educazione del cittadino per fargli capire che una persona informata correttamente è una persona migliore, per la quale il senso critico è lo strumento necessario per prendere le migliori decisioni e dobbiamo cominciare a farlo dai giovani che entrano in rete oggi.

Quando andavo a scuola si dedicavano 2 ore a settimana alla lettura dei giornali e spesso eravamo invitati a riassumere le notizie dei TG della sera precedente. Crescendo ho capito che quelle testate non erano il Verbo incarnato, che riflettevano opinioni personali e schieramenti politici, ma non era questo l’importante.  Bocca, Biagi, Pansa, Montanelli, partivano da fatti che qualcuno sceso in strada aveva visto e raccontato. Si poteva pensare diversamente, ma non mettere in dubbio che ci fosse stato realmente un attentato terroristico o che una legge fosse stata emanata.

Dobbiamo far ritrovare al cittadino la voglia di documentarsi su fonti autorevoli e rendere effettivamente quelle fonti autorevoli. Arrenderci alle fake news, vorrebbe dire, nella migliore delle ipotesi, considerare il nostro mestiere alla stregua di quello degli impresari di uno spettacolo virtuale e invitare la gente a donare il loro click per poter vedere la donna barbuta e lo scheletro della sirena.

 

Alberto Angelino: Piemontese, “Giornalista da marciapiede” dal 1995. In Lead da 10 anni, interessato ai processi informativi da sempre.

Monini al Kids Marketing Days – Noi c’eravamo!

4 marzo 2016

Sport e una corretta alimentazione sono tra i fattori chiave per la crescita sana e armonica. Scopriamo come le aziende del largo consumo, dei media e della distribuzione organizzata, ma anche le realtà dello sport costruiscono il proprio valore ed affermano la propria Brand Identity presso le famiglie, proprio partendo dal coinvolgimento dei più piccoli con progetti ricchi di valore e contenuto. Come spiega Andrea Marchelli, direttore marketing di Monini: “Mò e la favola dell’olio Extra Vergine d’oliva è una campagna educativa, perché vuole insegnare ai più piccoli, ma anche a mamma e papà, come nasce il vero olio extra vergine d’oliva, dall’oliveto al frantoio fino alle nostre tavole. Un progetto a 360 gradi che ha coinvolto circa 1.500 scuole in tutta Italia e ci ha visti presenti in numerosi eventi, creati ad hoc, per permettere ai piccoli consumatori di fare la conoscenza con la mascotte Mò. Il tutto supportato da una campagna televisiva sui principali canali tematiciIMG-20160302-WA0001 IMG-20160302-WA0000 IMG-20160302-WA0002 IMG-20160302-WA0003 IMG-20160302-WA0004 IMG-20160302-WA0009 IMG-20160302-WA0008 IMG-20160302-WA0007 IMG-20160302-WA0006

Andrea Marchelli, Direttore Marketing di Monini spiega ai Kids Marketing Days il progetto Mò e la favola dell'olio extravergine d'oliva

Andrea Marchelli, Direttore Marketing di Monini spiega ai Kids Marketing Days il progetto Mò e la favola dell’olio extravergine d’oliva

Ecuador. Una terra magica

4 marzo 2016

Avete mai pensato all’‪#‎Ecuador‬ come meta per una vacanza?

Noi si, grazie a Narcisa Soria Valencia, Console Generale dell’Ecuador a ‪#‎Milano‬ da 8 anni, che ci ha permesso di scoprire questa magica terra.
Una sorella per tutti i compatrioti in Italia, che ha assistito sotto ogni profilo: legale, professionale, socio-economico e soprattutto umano.

E’ tempo di Miluna con la nuova collezione di orologi “Momenti”

1 marzo 2016

Francesca Michielin nel video “Nessun grado di separazione”, la canzone che ha partecipato al Festival di Sanremo, indossa l’orologio Miluna. Una novità che Cielo Venezia 1270, l’azienda a cui fa capo il marchio di gioielli, sta lanciando proprio in questi giorni.

Anche attraverso questa iniziativa Miluna si pone un nuovo ambizioso obiettivo: aumentare la sua notorietà già assestata sul mondo femminile al 74%.Francesca Michielin backstage "Nessun grado di separazione"

La nuovissima linea di orologi moda “Momenti” è contemporanea e romantica al tempo stesso, caratterizzata da colori che vanno dai superclassici blu, bianco e nero, a irresistibili e golose nuances pastello. Veri e propri passepartout da abbinare a gioielli easy chic e abiti leggeri.

Nella notte di Best Brands: brillano le marche top in Italia

2 novembre 2015

Si è svolto a Milano presso gli studi Rai di via Mecenate il gala che ha visto premiata Coca-Cola come la marca più amata, oltre che comprata, dagli italiani.  Noi di Lead c’eravamo.

Dal 28 ottobre sappiamo qual è il più forte brand di prodotto in Italia. Quello più riconosciuto e amato dal pubblico e che dà maggiori risultati in termini di vendite: è Coca-Cola, primo nella classifica Best Brands Product Italia 2015.

La serata che ha decretato questo risultato ha visto riuniti oltre 300 manager delle più importanti aziende operanti in Italia negli studi Rai di via Mecenate a Milano, un eccezionale parterre in attesa di scoprire qual era il Best Product Brand. Un vero evento per festeggiare la nascita di un nuovo modo di valutare i brand al top portato in Italia da Serviceplan, il più importante gruppo di comunicazione indipendente in Europa che lo ha creato 13 anni fa in Germania insieme a GfK.

Anita Lissona e Philippe Daverio davanti al palco di Best BrandsIl nome di Coca-Cola, infatti, non è scaturito dall’opinione di una giuria o dalla sola analisi dei dati di mercato, ma per la prima volta dall’unione di due criteri oggettivi e molto diversi tra loro: il successo economico e l’affetto del pubblico. Quindi, “testa” (i numeri) e “cuore” (il sentiment). O, se si preferisce, share of market e share of soul.La platea di oltre 300 imprenditori e manager

Un metodo assolutamente innovativo, trasparente e obiettivo. Candidate d’ufficio tutte le marche rappresentative sia come quota di mercato (sopra il 4%), sia come capacità di investire in comunicazione, valutata sulla media degli ultimi quattro anni.

Sul palco, la conduttrice Filippa Lagerback, ha presentato gli ospiti a cominciare da Philippe Daverio, protagonista di una piccola lectio magistralis “Voi che vi occupate di comunicazione siete come quei missionari che andavano nelle terre dove era indicato Hic Sunt Leones”, ha ricordato il critico d’arte nel suo intervento sul valore culturale di un brand.

Tra gli ospiti anche il “serial starter” Jörg Reinboldt, CEO di Axel Springer Plug and Play, Former CEO e co-fondatore di eBay Germania, mentre tutti i partner dell’iniziativa sono stati chiamati a rispondere sull’importanza dei brand nella società contemporanea: Giovanni Ghelardi, AD di Serviceplan Italia, Silvio Siliprandi, di GfK Eurisko, Fabrizio Piscopo, AD di Rai Pubblicità, Ivan Ranza, direttore generale di System 24, e Salvatore Sagone, direttore di ADC Group.

La comunicazione PR dell’evento è stata curata dall’Agenzia milanese guidata da Anita Lissona, Lead Communication, che ha creato un percorso di avvicinamento a questo premio delle singolari caratteristiche.


Lead tra i protagonisti della serata Filippa  Lagerback, Giulio Malgara, Silvio Siliprandi,

E proprio Giovanni Ghelardi esprime tutta la soddisfazione dei partner per la serata: “Siamo molto felici di essere riusciti a portare in Italia questa importante classifica, soprattutto in questo momento in cui la voglia di ripresa ci fa riflettere sulla necessità di riprendere in mano il concetto di marca e riconoscerlo come concreto e importante.

Ma tutta la serata è stata ricca di sorprese, a poco a poco anche con l’aiuto di una Sand Artist si è svelata la short list dei 15 marchi più autorevoli e conosciuti, citati in ordine rigorosamente alfabetico: Ace, Algida, Apple, BMW, Coca-Cola, Dash, Findus, Granarolo, Lavazza, Lego, Mulino Bianco, Nike, Nutella, Rio Mare, Samsung.  E mentre la tensione saliva, ha fatto il suo ingresso sul palco in bicicletta lo chef Davide Oldani per annunciare che il suo famoso risotto allo zafferano sarebbe stato protagonista dopo la premiazione.Lagerback e Oldani in bicicletta 2

A ricevere il premio, dalle mani del presidente di Auditel Giulio Malgara, sono Marta Carvelli – Marketing Manager Sparkling di Coca-Cola Italia e Vittorio Cino – Direttore Comunicazione e Relazioni Istituzionali di Coca-Cola Italia.

La serata ha dato la possibilità di “premiare in patria” anche una marca italiana che aveva avuto la sua consacrazione come Best Corporate Brand nell’ultima edizione del premio svolta in Germania, dove Best Brands si svolge da 12 edizioni. In questa categoria è stTutti i protagonisti della serataato Ferrero a vincere, mentre la short list ha incluso i nomi – sempre in ordine alfabetico – di Barilla, Calzedonia, Campari, Coop, Ferragamo, Ferrarelle, Giochi Preziosi, Lavazza, Luxottica, Moncler, Perfetti, Pirelli, San Pellegrino, Tod’s. Il premio per Ferrero è stato ritirato da Raoul Romoli Venturi, responsabile relazioni esterne dell’azienda di Alba. La serata si è conclusa dando appuntamento all’edizione 2016 del Premio che porterà nella penisola tutte e tre le categorie su cui è fondato, Corporate, Products e Growth, in un monitoraggio costante e completo del vero valore dei brand italiani.